
L’indice del dollaro USA (DXY) sale lievemente lunedì, mentre gli operatori riposizionano i portafogli in vista di una settimana ricca di decisioni delle banche centrali delle principali economie, che potrebbero innescare forti oscillazioni sui mercati. Al momento della stesura, il DXY, che misura il valore del dollaro statunitense rispetto a un paniere di sei principali valute, si attesta intorno a 101,98, in rialzo dello 0,24% nella giornata.

Nel frattempo, i rendimenti dei Treasury statunitensi mostrano segnali di stabilizzazione dopo il calo della scorsa settimana, offrendo ulteriore sostegno al biglietto verde. I rendimenti dei Treasury sono finiti sotto pressione lungo tutta la curva, poiché i timori sugli investimenti legati all’intelligenza artificiale hanno alimentato la domanda di titoli di Stato. Lunedì i rendimenti mostrano un andamento contrastato: quelli sulle scadenze più brevi salgono lievemente, mentre quelli sulle scadenze più lunghe restano pressoché invariati, vicino ai minimi recenti. Il rendimento del Treasury decennale di riferimento si attesta intorno al 4,98%.
Gli analisti di MUFG/BTMU evidenziano un fitto calendario di appuntamenti di politica monetaria: «Questa settimana si riuniscono cinque banche centrali del G10: RBNZ, BoC e Federal Reserve si riuniscono tutte mercoledì, seguite dalla BCE giovedì e dalla BoJ venerdì». Osservano inoltre: «Ci aspettiamo che RBNZ e BoC aumentino i tassi di 25 punti base, mentre Fed, BCE e BoJ dovrebbero lasciarli invariati».
Guardando ai prossimi mesi, MUFG/BTMU sottolinea che «l’ultima riunione del FOMC dell’anno non si terrà prima del 9 dicembre e i segnali di un inasprimento delle condizioni finanziarie continuano ad accumularsi, quindi esiste certamente la possibilità che le aspettative di un rialzo dei tassi della Fed a dicembre si attenuino». In questo contesto, gli analisti rimarcano che «sarà importante la disponibilità di Warsh a segnalare che la Fed rimane sul percorso indicato dal dot plot». A loro avviso, «in un contesto di inasprimento delle condizioni finanziarie e di volatilità del mercato obbligazionario in Europa, riteniamo che il dollaro continuerà a essere sostenuto e che i rischi restino orientati al rialzo».
I rischi inflazionistici derivanti dall’energia, legati alle tensioni in Medio Oriente, mantengono le banche centrali su una linea restrittiva. A settembre, la Federal Reserve (Fed) ha aumentato i tassi di interesse di 25 punti base, portandoli al 3,75%-4,00%. Il dot plot aggiornato ha mostrato una proiezione mediana dei tassi del 4,1% sia per la fine del 2026 sia per la fine del 2027, segnalando un ulteriore rialzo di un quarto di punto quest’anno. In questo contesto, secondo lo strumento CME FedWatch, gli operatori scontano una probabilità di circa il 79% di un altro rialzo dei tassi a dicembre.
Tuttavia, l’evoluzione delle condizioni finanziarie complica le prospettive di politica monetaria. Sebbene i rendimenti dei Treasury siano scesi dai massimi recenti, gli elevati costi di finanziamento stanno già frenando famiglie e imprese. La crescita economica resta resiliente, ma i timori sulle valutazioni nel settore dell’intelligenza artificiale e sull’ingente spesa per investimenti aumentano il rischio di ulteriori perdite sui mercati azionari, il che potrebbe indurre la Fed a procedere con cautela.
Poiché ci si attende ampiamente che la banca centrale statunitense lasci invariati i tassi mercoledì, gli operatori si concentreranno sul comunicato di politica monetaria e sulla conferenza stampa del presidente Kevin Warsh. La sua valutazione dell’inflazione e delle condizioni finanziarie potrebbe determinare se i mercati manterranno le aspettative di un ulteriore aumento prima della fine dell’anno.
Oltre alla decisione di mercoledì, il rapporto statunitense di giovedì sull’inflazione misurata dall’indice dei prezzi della spesa per consumi personali (PCE) rappresenterà un ulteriore banco di prova per le aspettative sui tassi a dicembre, insieme alla stima preliminare del prodotto interno lordo (PIL) del terzo trimestre.
La politica monetaria degli Stati Uniti è definita dalla Federal Reserve (Fed). La Fed ha un duplice mandato: garantire la stabilità dei prezzi e promuovere la piena occupazione. Il suo principale strumento per raggiungere questi obiettivi è la modifica dei tassi di interesse. Quando i prezzi aumentano troppo rapidamente e l’inflazione supera l’obiettivo del 2% della Fed, la banca centrale alza i tassi di interesse, facendo aumentare i costi di finanziamento nell’intera economia. Ciò rafforza il dollaro statunitense (USD), poiché rende gli Stati Uniti una destinazione più attraente per i capitali degli investitori internazionali. Quando l’inflazione scende sotto il 2% o il tasso di disoccupazione è troppo elevato, la Fed può abbassare i tassi di interesse per incentivare il ricorso al credito, esercitando pressioni sul biglietto verde.
La Federal Reserve (Fed) tiene otto riunioni di politica monetaria all’anno, durante le quali il Federal Open Market Committee (FOMC) valuta le condizioni economiche e prende decisioni di politica monetaria. Al FOMC partecipano dodici esponenti della Fed: i sette membri del Consiglio dei governatori, il presidente della Federal Reserve Bank di New York e quattro dei restanti undici presidenti delle banche regionali della Fed, che ricoprono l’incarico a rotazione per un anno.
In situazioni estreme, la Federal Reserve può ricorrere a una politica chiamata allentamento quantitativo (Quantitative Easing, QE). Il QE è il processo attraverso il quale la Fed aumenta in misura sostanziale il flusso di credito in un sistema finanziario bloccato. Si tratta di una misura di politica monetaria non convenzionale, utilizzata durante le crisi o quando l’inflazione è estremamente bassa. È stata l’arma privilegiata dalla Fed durante la grande crisi finanziaria del 2008. Consiste nella creazione di nuovi dollari da parte della Fed, che li utilizza per acquistare obbligazioni di elevata qualità creditizia dalle istituzioni finanziarie. Il QE solitamente indebolisce il dollaro statunitense.
La stretta quantitativa (Quantitative Tightening, QT) è il processo inverso rispetto al QE: la Federal Reserve smette di acquistare obbligazioni dalle istituzioni finanziarie e non reinveste il capitale rimborsato alla scadenza delle obbligazioni in portafoglio nell’acquisto di nuovi titoli. Solitamente ha un effetto positivo sul valore del dollaro statunitense.