L’indice del dollaro statunitense arretra: le speranze di un’intesa tra USA e Iran frenano la domanda di beni rifugio

  • Il DXY scende mentre l’allentamento delle tensioni in Medio Oriente riduce la domanda di beni rifugio e le probabilità di un rialzo dei tassi della Fed a dicembre.
  • I colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran stabilizzano i prezzi del petrolio greggio, contribuendo ad attenuare i timori immediati sull’inflazione.
  • La solidità del PIL statunitense e i dati che indicano un mercato del lavoro teso limitano le perdite del dollaro, dimostrando la tenuta dell’economia.

L’indice del dollaro statunitense (DXY), che misura il valore del dollaro USA (USD) rispetto a sei principali valute, perde terreno per il terzo giorno consecutivo e viene scambiato intorno a 101,70 durante la sessione asiatica di venerdì.

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Il biglietto verde è sotto pressione a causa della minore domanda di beni rifugio, alimentata dalle speranze di colloqui diplomatici di pace guidati dagli Stati Uniti. L’allentamento delle tensioni in Medio Oriente ha contribuito a controbilanciare i timori sull’offerta di petrolio e sull’inflazione, attenuando le aspettative di un rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve (Fed) nella riunione di dicembre. Secondo lo strumento FedWatch del CME, gli operatori scontano ora una probabilità di quasi il 75% di un aumento dei tassi di 25 punti base, rispetto all’84,2% del giorno precedente.

I prezzi del petrolio greggio sono rimasti stabili dopo che il Wall Street Journal ha riferito che mercoledì il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha contattato Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell’Iran, nel tentativo di riavviare i colloqui di pace. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha confermato di aver approvato l’iniziativa diplomatica di Vance, aggiungendo che l’Iran ha bisogno di assistenza per le forniture mediche e altre risorse essenziali.

Tuttavia, i recenti dati economici statunitensi evidenziano una persistente tenuta dell’economia e hanno rafforzato le scommesse su un rialzo dei tassi della Fed. La stima preliminare del prodotto interno lordo ha segnato una crescita del 3,4% su base annua, superiore alle attese del 3,2% e al 2,2% del secondo trimestre, trainata dalla forte spesa per consumi, aumentata del 3,8% su base annua.

Inoltre, l’indicatore dell’inflazione prediletto dalla Fed, l’indice dei prezzi delle spese per consumi personali al netto delle componenti volatili (PCE core), è salito del 3,1% su base annua, in linea con le attese, mentre le richieste iniziali di sussidio di disoccupazione sono diminuite leggermente a 194.000, confermando i segnali di un’economia in accelerazione e di un mercato del lavoro teso.

Analisi tecnica:

Sul grafico giornaliero, l’indice spot del dollaro viene scambiato a 101,70. Il prezzo si mantiene al di sopra della media mobile esponenziale (EMA) a 50 giorni, ma resta frenato dall’EMA a nove giorni, mantenendo neutrale l’impostazione di breve termine dopo il recente arretramento dai massimi. L’indice di forza relativa (RSI) a 14 giorni è sceso a 51,47, suggerendo una fase di consolidamento piuttosto che una chiara spinta direzionale, mentre il FXS Fed Sentiment Index a 141,89 segnala un’elevata incertezza legata alla politica monetaria che potrebbe limitare lo sviluppo di tendenze durature.

Al rialzo, la resistenza immediata si trova in corrispondenza dell’EMA a 9 giorni a 101,93 e una rottura decisa di questa barriera aprirebbe la strada a un nuovo test dei massimi recenti. Al ribasso, il primo supporto si colloca sull’EMA a 50 giorni a 101,21; una chiusura giornaliera al di sotto di questo livello potrebbe riportare l’impostazione verso uno scenario più ribassista, poiché l’indice inizierebbe a scivolare sotto la base della sua tendenza di medio termine.

Chart Analysis Dollar Index Spot
Indice del dollaro statunitense: grafico giornaliero

L’irripidimento della curva dei Treasury è visto come un sostegno all’andamento generale dell’USD

Gli strategist di Scotiabank sottolineano che la recente «dinamica dei prezzi lungo la curva dei Treasury è stata degna di nota», con le dichiarazioni del presidente Warsh che hanno infine prodotto «un significativo irripidimento del tratto tra 2 e 10 anni, un segnale forte per la crescita». Descrivono il movimento come «un gradito allontanamento dall’inversione», sottolineando che si tratta di un cambiamento «che ha chiare implicazioni per l’USD nel suo complesso», mentre gli investitori rivalutano le prospettive di crescita e i fattori di sostegno sottostanti alla valuta.

(L’analisi tecnica di questo articolo è stata redatta con l’ausilio di uno strumento di intelligenza artificiale. Scopri di più.)

Domande frequenti sul dollaro statunitense

Il dollaro statunitense (USD) è la valuta ufficiale degli Stati Uniti d’America e la valuta «di fatto» di un numero significativo di altri Paesi, dove circola insieme alle banconote locali. È la valuta più scambiata al mondo e rappresenta oltre l’88% del volume globale delle operazioni sul mercato dei cambi, pari in media a 6.600 miliardi di dollari di transazioni al giorno, secondo i dati del 2022. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’USD ha sostituito la sterlina britannica come valuta di riserva mondiale. Per gran parte della sua storia, il dollaro statunitense è stato garantito dall’oro, fino all’accordo di Bretton Woods del 1971, quando il sistema aureo è stato abbandonato.

Il principale fattore che influenza il valore del dollaro statunitense è la politica monetaria, definita dalla Federal Reserve (Fed). La Fed ha un duplice mandato: garantire la stabilità dei prezzi (controllare l’inflazione) e favorire la piena occupazione. Lo strumento principale per raggiungere questi due obiettivi è la modifica dei tassi di interesse. Quando i prezzi aumentano troppo rapidamente e l’inflazione supera l’obiettivo del 2% della Fed, la banca centrale alza i tassi, sostenendo il valore dell’USD. Quando l’inflazione scende sotto il 2% o il tasso di disoccupazione è troppo elevato, la Fed può abbassare i tassi di interesse, penalizzando il biglietto verde.

In situazioni estreme, la Federal Reserve può anche stampare più dollari e attuare un allentamento quantitativo (quantitative easing, QE). Il QE è il processo attraverso il quale la Fed aumenta in modo sostanziale il flusso di credito in un sistema finanziario bloccato. Si tratta di una misura di politica monetaria non convenzionale, utilizzata quando il credito si è prosciugato perché le banche non sono disposte a concedersi prestiti tra loro, per timore di insolvenza della controparte. È una soluzione di ultima istanza quando è improbabile che il semplice abbassamento dei tassi di interesse produca il risultato necessario. È stato lo strumento privilegiato dalla Fed per contrastare la stretta creditizia verificatasi durante la grande crisi finanziaria del 2008. Consiste nella creazione di nuovi dollari da parte della Fed, che li utilizza per acquistare titoli di Stato statunitensi principalmente da istituzioni finanziarie. Il QE porta solitamente a un indebolimento del dollaro statunitense.

La stretta quantitativa (quantitative tightening, QT) è il processo inverso, in cui la Federal Reserve smette di acquistare obbligazioni dalle istituzioni finanziarie e non reinveste in nuovi acquisti il capitale rimborsato alla scadenza delle obbligazioni che detiene. Generalmente ha un effetto positivo sul dollaro statunitense.